C'est la seule route dans la vie: c'est la routine! ;)
ansiolitici di zucchero
il lato indiscernibile del sesso
microcosmo in pseudopodi
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SEREN@V@RIABILE
VERDAD
wynck
*loading* $SOSPETTI$ D'INSONNIA
Sono un fucile carico. Lo potrebbe dire un maschio, ma ora te lo dico io che sono energicamente femminafemmina. Comincia tra l'altro a piacermi la poetica del "basso" volgo poiché la meridionalità della felicità è constatata. A proposito constatata sembra una parola partita dal mio "fucile". Vabbè: un segno. Ho incontrato gente che sorrideva su una zuppa di cipolla da razionare. Ho incontrato gente. Tanta di quella gente! Ho incontrato anche te. Eh si. Il problema è che tu hai incontrato me. Era inevitabile: tremi. Temi di aver incontrato qualcuno capace di sorridere sulla zuppa di cipolla da razionare.
Ho lottato per anni contro queste ossessioni troppo nordiche, le conosco come il rumore glaciale del rompersi delle unghie e la sensazione intollerabile di rompermi le palle quando potrei pure trovare la voglia di riscattarti, senza ricorrere al ronzio dei rompicapi. E senza rincorrere. Conditio sine qua non, per intenderci. Per quanto sia contraddittorio il volersi intendere in una lingua morta. Per ora voglio solo dire che non ho paura, che la mia personalissima lingua non si merita pene di morte, pur essendo la più delinquente che conosca. Mi avvicino a te, ho idee, le comunico.
Da
Da tanto non cercavo quest’intimità con il dotato cavallo bianco del virtuale. Me ne rendo conto. Probabilmente ciò che più mi è mancato sono stati i codici, l’interminabile lista di nomi non detti, trasformati in tulipani in calore, violette troppo introspettive per fiorire, ridicole violazioni di norme associative, manicomi ed uno sterminato elenco del goffo: anche se il virtuale sta bene a tutti, non soltanto a te. Il virtuale abbellisce il mondo. (Meno di te) E mi mancava quest’abbellimento insensato. Mi mancava qui. Mi mancava la volontà di essere qui. Qui non entro mai per me stessa. Sto scomoda nei diari. Non sarebbe vocazione insegnare preghiere ad un'unica statua servile. Con tutto il rispetto dovuto all'Arte scultorea, io non sono la mia parrocchia. Preferisco i ben più vivi fantasmi e mi risulta sgradevole il fraudolento dialogo del gotico coi cieli. La mia vocazione è cucinare piatti barocchi e servirli sul mio corpo a bocche sconosciute. Aprirmi completamente all’Altro. Divenire il Riso che svolazza in benedizioni matrimoniali, ed il sorRiso disincarnato degli invitati all’ironica Messa in scena di un Amore troppo alato per garantir presenza. Tempo fa ho accettato di volare tanto alto quanto costui. Niente più giochini, carini per Carità, ma troppo pesantemente terreni. Il mio Genio ha bisogno di esplodere in una testa Altrui, di entrare incolpevole come le bombe nel kamikaze, appoggiarsi, accomodarsi nell’attesa della liberazione, del Cambio di livello. Conosco bene i giochini perché grazie a questo spirito ludico Cambio tuttora le marce alla macchina. Ecco cosa potremmo essere io e te: il Genio ed il suo Kamikaze. Da un lato mi piacerebbe tormentarti un pochetto con quest’idea. Ma già avverto il tuo timore. Quindi “idealizzo”finché sarà meglio. Il mio ritorno, di certo non eterno, di certo nemmeno tanto ritorno, è probabilmente dovuto alla riscoperta di un nome da codificare. Non sono stata sincera. Ho spesso mentito quando mi si è chiesto a chi scrivessi. E continuerò osti!natamente a farlo. Perché io un Chi l’ho sempre avuto. Un Chi maldestro, ossessionante, un Chi altrui. Ed a mia volta sono stata di questo Chi altrui. La mia coscienza aggiunge le virgolette a questo “di” perché non crede al possesso. La mia più usuale incoscienza invece se ne sbatte, perché crede al senso d’appartenenza. Vince. -appurato- Potrei cedere a questi occhi illuminati. Dedicandoli così la mia scrittura, l’incavo incensurato della più disarmonica sovrastruttura. Potrei ripetere il mio nome alla prima grotta incline agli echi del tuo Inno allo stupore. [Nascondermi] Potrei semplificarmi. ] Rivelarmi [ E così preferisco ancora tacere, per Rischiare.

Sesso. Sesso. Sesso
(to be continued)
Stanotte ho sognato di vedere una fotografia di una donna seduta per terra davanti ad un water, piangente. Subito ho pensato: “ecco, questa foto la dovrei postare”. Taluni diranno che con tutta probabilità quella Donna ero io. Bene, amico, forse lo dirai anche tu. Alla voce del mio ultimo “manifesto” artistico non avrete tutti i torti. Ma ti dirò una cosetta, così, molto umilmente: vorrei solo far viaggiare giù pel’ cesso sto Computer che ti comporta. Ecco cosa trama l'inconscio.
Per un pisello digitale ciccare qui.
Ho detto una cosa sincera poc’anzi. Ho avuto il bisogno di scrivermi. Solo questo. Con una semplicità che forse non potrò mai ripetere perché sono un essere complesso, fondamentalmente. Di una complessità che talvolta esce fuori dai quiz per farsi una righetta della prima minchiata che viene in testa, e che probabilmente è la miglior cosa ad essere comunicata. Quindi scrivo che mi piacerebbe ballare con te. M-I-P-I-A-C-E-R-E-B-B-E-B-A-L-L-A-R-E-C-O-N-T-E. Il primo desiderio che ho a vederti dopo tanto tempo. Un desiderio semplice. Tu sai che amo parlare di cose semplici, idealizzarle ‘ste cosette che somigliano a petali di margherite. Ma poi. Poi non so come s’inseriscano nel mondo le cose semplici. Ah, s’inseriscono? Avrei voluto chiedertelo. Ma tu. Ma tu e le tue ossessioni sapete amare? Volevo chiederti anche questo. Io ho venerato alcuni Dei sul tuo altare solo per lodare i tuoi gusti e ho perso di vista quella malattia venerea. Si può chiamare così l’amore? Ah, no, ci prenderebbero per HIV positivi perché sono tutti ipocondriaci e superficiali. Perché quasi tutte le parole hanno una chiave che si trova tra le mutande della domestica. E se la chiave diventa sigaro automaticamente sei promossa a segretaria di Clinton. Specie la domenica quando tutti gli organi son tesi e vanno volentieri a ballare sotto le mutande per un massaggio con oli d’oriente. Che poi lei gli dice che il punto G è lì, è lì più ad oriente. Di immaginare la Cina sul mappa mondo che dovrebbe trovarsi lì, di immaginarsi la Cina ed i cinesi con quelli occhi stretti stretti come il territorio di questo punto che si restringe come una pupilla, gioca a nascondino. Gioca a nascondino coi tuoi pupillosimili! Verrebbe da dire. Ma in questi casi è meglio non dire, che già la concentrazione è poca. Come metodo alternativo si offre il calcolo dell’epicentro di un terremoto che non c’è, capirete. Se non capite, chiamatemi. Ma a chi importa cosa penso se non a me? E soprattutto se a me non, peggio che peggio.
La DISTanza da sé stessi è prefisso di DISTruzione, ma io sono intera come una mucca da latte. Il fatto è che oggi il fuoco delle marchiature ha deciso di avere pietà della mia pelle di mucca da latte, o forse la pelle è un camino troppo di pietra e non gli conviene. Allora sto fuoco che mi risparmia il camino non consuma che enti esterni. Quando apro il camino, e certo lì tutti vogliono entrare, diventa molto pericoloso. E ora sto impazzendo solo perché non riesco a dirti che vorrei pronunciare quelle due dannate parole senza paura e senza nemmeno comprenderlo. Ma tu, non aiutarmi.

La chitarra rende mobili e leggeri. Appare subito il vantaggio di poter partorire un’opera mentre perdi peso sul water. E’ il modo più terra a terra di volare. Mente e corpo alleggeriti in uno sforzo unico. Che poi pare che in questi momenti di sangue accumulato nel cervello, i pensieri diventino un concentrato potente di Techné. Penso al contratto che firmerò a breve, penso che qualcuno usufruirà di questa Techné nata sull’onda dello sciacquone e ne sono fiera. Questo direi, amico, in quell’intervista. (E direi anche che, da questo mese, non ho più tempo per cagate)

Stanotte ti voglio abbracciare esattamente a mezzanotte e un terzo,
-batti il tempo-
eseguendo terzine sulle tue protesi percussive,
marciando a tre quarti per indurre alla veglia dei fiori
il più ottuso dei tuoi angoli:
ma che lingua parlano i tuoi occhi da orientale?
Non importa, ora che mi manca una lingua di protesta
non consunta negli usi dell’eros.
Stanotte che vorrei farmi vischio sulle teste
e non Mente,
e non posso.
Stanotte che potrei senz’altro accenderti,
se non tremassi io, se non tremasse tutto
all’urlo delle tre ave marie di plastica sul muro.
Mi limito a salutare con la mano i sorrisi usurati ormai ventriloqui dei santi,
e simili buone volontà.
Stanotte ti amerò ancora, più di prima,
-molto più di prima-
ma per la prima volta dirò agli occhi
di tacere e pregare.
Perché di tutto questo amore non rimangono degni testimoni, solo candele.![]()
Mi riferisco proprio a questa musica. Non è una canzone precisa, ma una sensazione sinfonica non codificata, come piedi sulla sabbia o mani stampate sul volto. Il risveglio nella tua bocca e la traccia dissolvente dei balsami della tua notte. Aspiro all’infinito, timida di scoprirti tiepido e sensibile mentre il primo raggio ti stampa addosso la memoria onirica. Il mio voyeurismo mattutino ha odore di gesso inumidito, di mantenimento e restauro. E tu lo sai. Ciò nonostante, sento che ti va di avere i capelli fuori luogo ora. Vuoi che questo sorriso compiaciuto sia il sorriso di un uomo spettinato alla sua donna scrittrice. Vuoi essere incluso così nella mia manipolazione temporale pretenziosa: semplice. Un uomo col suo alito ed i suoi capelli neri che sanno di pelle e non della plastica di un pettine. Libero di vagare nudo da una pagina all’altra. Libero di grattarsi il culo. Fregandosi dell’ossessionante platea del sesso gentile imbacuccata nei troppi articoli femminili -perché questo è un problema di chi scrive, cioè mio, non tuo. Libero di posizionarsi sull’orinatoio con l’affaticato membro in mano mentre un’insolente quanto affascinata donna ti detta i bisogni primari all’etichetta di cervelli-provini. Tutto questo perché qualche volta la tua donna è un laboratorio. E tu lo sai. E la perdoni. E la ami anche perché in questi momenti ha occhi da flash ambulante. E la ami anche quando crede di potersi curare lei del tuo sviluppo. Lei che ingenuamente dimentica i tuoi quaranta motivi per essere già grandicello -e per giunta parecchio fotogenico! Insomma, la ami proprio questa donna! Così tanto da esser quasi riuscito a convincerla la settimana scorsa.
Questa musica non la possiamo sentire insieme, amore. E’ una memoria onirica. Ad ognuno la sua. Una canzone da cuffia, ecco. La si può avere ancora stampata sulla retina in uno di questi risvegli, ma non si possono riprodurre gli strumenti dell’universo per comunicarne il suono. Un violino, un ruscello ed una montagna non possono cantare attraverso una bocca. Per questo motivo, nella commozione di ogni giorno, quando c’è ancora buio e ti sento giocare nel sonno, cerco ingenuamente di dormire in te, insinuandomi tra il tuo orecchio e quella cuffia.

"Del tuo sonno io sono invidiosa.
Di come si posa al davanzale lasciando alla luce i suoi miracoli.
Sembrerebbe un ballerino smemorato
se ogni tanto non sorridesse
-come a scusarsi di tanta bellezza!"

L’erotismo è un gioco sottile, caro amico. Come afferrare un pennello e disegnare. E disegnare bene. I pittori dicono che se anche ci mettono dieci minuti a fare un quadro, ciò non determina il suo valore, che il costo deriva dagli anni di esperienza richiesti per arrivare alla tecnica utilizzata. L’erotismo costa caro per un motivo simile e non ci sono regole e bon ton a definire il pagante. Il clitoride, caro amico, a dispetto della nazionalità dell’indossatrice, è una roulette russa. Se gli spari sopra poi, non muore mai, soprattutto nei film. Certe volte faresti prima a spararti tu! Ma non è un consiglio, non desistere.
Amico, te lo dico perché un po’ di bene ti voglio, e poi tu sai che sono una persona dolce quanto basta. Si, ti ho pensato spesso nelle vesti di un uomo spogliato. E tu sai che mi piace immaginarti così, argilla da definire con dita bagnate. E l’anima di ogni struttura è nel materiale. Ti dispiace avere un’anima? Tu rischi, rischi perché io quell’anima lì te la tiro fuori affinché TUTTO STO CAZZO DI MONDO veda quanta bellezza! Tu che sei così discreto! Vedi, io la negazione non la concepisco. E mi prendo da esempio, io che se anche non amo, non mi nego. E preferisco la totale ignoranza dell’amore, quest’analfabetizzazione eccitantissima che sto vivendo sul tuo corpo che odora di greco antico. Al momento conviene ignorare ogni strana tendenza degli atomi che mi compongono, per farmi del mondo dimora perfetta. Per ora voglio adattarmi alle pareti e passare sotto la porta. E non ho l’esigenza narcisistica di vedermi affrescata. Proprio qui entri tu, amico. Tu che mi stai a pennello. Tu che presto afferrerò per disegnare. Sto giro niente Wonderland, perché se avremo voglia di mostri, o della body-art più inquietante, saremo creatori liberi dai mecenatismi inesauribilmente meschini della massa. Perché qui non si tratta di soldi. Chi paga, paga con Altro ed io testo, tasto, lasciando a te la prima offerta. Ora che il mio corpo è pronto ad aprirsi alla tua asta. Quanto a noi, che siamo il mosaico latente nei cocci di vetro della bottiglia rotta per gelosia, c’incollo io. Prima però devo visualizzarci. Piano…tutto molto piano…esattamente come dovrebbe piacere a te… per farti assaporare la colla che mi scorre dalle dita, mentre dai sintomi si deduce che si, siamo impazienti terminali, siamo già fregati, siamo artisti! Perdonaci tu, se puoi.
Io son fatta di musica, son fatta di samba e quinta sinfonia.
T’avviso: se ti tocco non dormi.
Qualunque cosa incontri le mie mani
-suona-
suona come grossi tacchi
nei piedi rinati dell’uomo a cui non è
bastato rinfrescarsi nel seno mentolato della madre.
I miei piedi invece sono sempre freschi d’apoteosi:
nello squilibrio ballerino della fuga
non posso permettermi sonate e serenate
sotto la finestra tua che amo ascoltare perché racconta
casa.
Non voglio darci un’immagine tanto sacra da costruire un tempio.
Non posso darci un tempo.
Quattro quarti son poco per l’amore
ed io se m’innamoro qui ed ora
sembro più un essere marciante nei tre quarti turchi di Haydn.
Se poi turco sta per incomprensibile o ineffabile
ci siamo.
Io ho chiuso ogni dialogo nella parentesi del canto
(t’avviso)
Vedi quelli uccellini sui davanzali fecondi del bosco?
Comunicano la gioia di non saperti parlare come tutti gli altri.
Sto sussurrando, amore, e se ti allarghi la diastole a grancassa, senti.
Il timbro è chiaro se mi amplifichi l’esistere con la sintonia di un bacio.
La mia Opera richiede solo il piccolo sforzo d’improvvisazione della tua bellezza:
il mio orecchio alla tua mercé per rimanere intonato.ACCHIAPPALO!!

Mi espettoro dal tema austero di codesto blog perché qui diventa difficile..molto difficile...
Ieri mi giunge una lettera anonima. Busta rossa, carta raffinatissima. Dentro un biglietto sempre rosso velato da uno dei miei Magritte prediletti in carta lucida. Pare un buon segno. Sotto la carta lucida il problema:
"Ciao N. Sono rimasto proprio colpito quel giorno lì (quale?). Tu sei incredibilmente sexy bella brava (e "blablabla" non dice?). Io e il mio criceto Oboia abbiamo deciso di scriverti questa letterina per farti una domanda: quante patate ha mangiato tua madre per farti così gnocca? Sai, è che vorrei giocare qualche numerin al lotto..."
UnPostDedicatoaVerdad,seLoVede ;)

Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Anche tu sei Nessuno?!
Apposto!
Bene, allora in due cosa saremmo?!
Shhhtt, non dirlo!
Ci caccerebbero - e tu lo sai!
Adoro immaginare un manicomio. Adoro immaginare soprattutto. Il sentiero sterrato rosso fresco del boschetto d’autunno e ramoscelli microscopici che si spezzano alla brezza tossica di pochi motori, e bisogna far sciabordare quelle tende lerce per mostrare bene bene agli autisti sgarbati che bel dito Dio ci ha dato. Un bel Tiè generalizzato. Tiè tiè tiè! Non per rabbia, solo che i gesti semplici fanno ridere di gusto. Macchiare i pantaloni nella quotidiana incontinenza di pensieri impuri e tanto divertenti! I pazzi mi danno un senso di baby-sitter, perché cantano le canzoncine di una volta, si ninnano e si nannano a volontà, con totale indipendenza. I pazzi mi sanno di famiglia perché non sono mai soli, si ricordano come fosse oggi di tante cose, come quando nonna Marilyn Monroe apriva la borsetta e ci estraeva tanto di quell’oro e c’era pure Mary Poppins tutta arrotolata che ci stava anche comoda nella miniera-miniatura, e ci ballava come una biglia -se poi la srotolavi era una donnina tutta benvestita alta un metro e qualcosuccia. Ma le donnine benvestite chi le vuole?! Meglio le biglie che quelle son belle colorate e un po’ ridicole e poi sono più roba da bambini perché c’è il rischio che se le inghiotti ti fai del male o muori. Così ti dicono tutti di non giocarci e quando cresci non ti va più e ti va solo di dire a tua volta di non giocarci. La signorina Poppins, ritenuta poco interessante, da quella borsa è uscita soltanto una volta. Ma nonna Marilyn non era anche un’attrice? Sisi e di quelle brave era. Poi volle di più e l’incantesimo, sai quell’incantesimo che uno si tocca e diventa tutto d’oro? Quello dell’Asino d’oro, a sto punto! Ecco Nonna Marilyn non poté più mangiare il suo mangime ipocalorico perché tutto diventava oro durissimo da digerire, anche i cereali Kellog’s che una volta erano di grano puro. Bocche spalancate e urla, bocche spalancate e risa. Una smorfia incorniciata in finestrelle con le grate. Alla noia la vanità! I miei amici non si pettinano mai, hanno uno specchietto in tasca giusto per giocare a nascondino con le pupille e dopo ore ed ore finire per vederci un bel Degas e tante di quelle ballerine proprio fighette che vien voglia di sfondarsi l’occhio con l’indice! Poi l’endovena di turno alle 6pm e nel sangue scorre il mondo, e qualche notte sentono forzare la serratura dal vecchio e fido naso apri bottiglie di Pinocchio che nel frattempo ha cambiato mestiere. Ed è tutto uno scandalo perché stanno cercando di rapirli degli E.T falegnami un po’ ladri, e questa volta si trasformano uomini in Pinocchi perché fra poco non ci saranno più alberi nemmeno in foresta Amazzonica. E qualche notte ci vedono Bambi e sognano tranquilli e si chiedono se poi Dumbo fosse orecchione di fatto. Ma tanto come potranno mai scoprirlo se nessuno se la fa con gli elefanti?! Magari Cicciolina, ma quella era Donna e un po’ animale pure lei e non fa testo. Si divertono un casino loro a farsi domande di questo genere, su tutto. Poi si divertono meno: “intercettato il pensiero diciannove punto quattordici. Ecco! Gravi rischi, di sicuro una bomba orologio vicina al lobo parietale tictactictac, sai, vedi, senti senti.. microfonia tipica dell’FBI questa. Ci hanno scoperti! Smettiamola di ridere altrimenti scovano la pipì che abbiamo in mente di fare sul materasso!
[Un post un pò dedicato...ad una bambina che non vuole le caramelle..ma che in qualche modo vuole me.. e che qualche volta mi accetta sul serio, che fa quasi paura...se le stessi parlando, direi più o meno così.]
Vedi tutte queste goccioline, Violetta, le vedi? Le senti, Violetta? E’ la rugiada. Non la conoscevi tu, lo so. Ti farà bene, vedrai. Ti farà bene stare un po’ sul balcone. No, non piangere, mia piccola. Così conosci la notte, il freddo autunnale ed amerai il tuo primo sole, vedrai. Anche noi un anno fa non ci conoscevamo, poi ti ho adottata e ci facciamo del bene sempre noi, o no? Tu sei semplice, Violettina mia, e solo le cose semplici ridono di gusto. Non fare così. Ti manco, e tu già mi manchi tanto, lo sai? Ma ridi, Violettina, ridi di gusto, perché domani potrai parlarmi anche tu delle cose che hai sognato. Solo un po’ di coraggio questa notte. E guarda bene l’universo. Così, quando la mattina ti sentirò felice di vedermi sveglia, e penserò che se fossi un cane mi leccheresti tutto il viso, avrai già capito che le stelle rimangono sveglie tutta la notte e sorridono tanto. A qualsiasi ora non si è mai soli, Violettina. E tu a questo punto avrai tutto il mondo e non sarai più gelosa del mio sonno. Le cose semplici ridono di gusto, Violettina, ed il nostro amore è semplice proprio come questa storiellina qui. Il nostro è quindi un amore ridente. E anche un po’ selvaggio, come la Natura, come la Luna che sorride sempre al mare quando un lupo lontanissimo la rimprovera o adora, non ho mai capito io. Qualche volta accade che le cose del mondo cospirino, ma tu questo non l’hai ancora visto. Vedi quelle nuvole, le vedi? Quelle ci rendono tristi quando vengono a trovarci, ma ci amano perché ci innaffiano. Io almeno non innaffierei qualcosa che non amo, Violettina: a meno che qualcuno che rispetto non ami questo qualcosa e mi chieda di innaffiarlo. A volte penso sia questo il rapporto delle nuvole con Dio. Un rapporto semplice. Semplice come la premura. Sono certa che domani vorrai uscire ancora a respirare, Violettina, e cospirerai anche tu con l’universo. E rimarrai semplice. E riderai di gusto se cercherò di capire pure te.
Ahahah, pensavo a me! Ora così mi vedevo come un buon vino rosso senza etichette e buone presentazioni. Senza tradizioni, traduzioni e timbri di famiglia. Un vino che potrebbe benissimo stare senza la bottiglia. Da assaporare nell’incavo di due mani che si cercano. Ma senza bottiglia non si sta in piedi sugli scafali, giusto?Giusto. Sento nell’uva un imbarazzante gusto di cannella. Il retrogusto di un incrocio bastardo mi dona. Tutto ciò che non è per palati aristocratici, mi dona. In verità il mio buon vino nasce dall’unione di una banana e due uve ben piazzate, con una cosa simile a fragola da mercato. Sconcertante? Non affatto. E non mi dire che nei tuoi castelli certe cose non si fanno! Non ci provare! E non costringermi ad astici, caviali ed ai riti dei mille coltellini: le zampette aracnoformi delle bestie Status Symbol mi nauseano! Ne ho avuto la conferma ieri a cena. Con tutto il rispetto per le tue bottiglie e vetrine, Amore, oggi -sturami la bocca dal sughero-versa tutto- butta il resto- e bevi - capito? Voglio ricongiungere le tue mani alla tua bocca nella stretta detonante dell’entusiasmo, un contatto primordiale, come quando da piccolo principe innocente volevi assaggiare la terra del giardiniere. Perché dava i frutti e la verdura. E poi era morbida che sembrava farina ed i cavalli ci si rotolavano volentieri. E tuo padre s’arrabbiava con loro. Ma tu no, tu amavi osservare i cavalli perché si ribellavano al Re e si dibattevano in uno spettacolo solo per te. Un po’ come faccio io ora. Eri tu a correre per davvero quando le bestie scalpitanti ti rapivano l’attenzione. Nell’arbitrio libero degli occhi hai percorso centinaia di paesi ed idiomi, e ora mi fissi insistentemente come l’unica porta del palazzo. Pretendimi, amore: sono il tuo ultimo regalo per niente regale.
Oggi il mio Uomo ha creduto di far centro. Forse l’ha anche fatto tra un tiro e l’altro, ma io non me ne sono accorta. Perché mi piacevi troppo tu, languidamente disteso sul soffitto, con le gambe disegnate sulle mie. Ho negoziato il mio piacere usato da un altro. Impacchettato così sembrava caro caro -conosco il valore ed i suoi segreti. Ma sai, alla fine, per una specie incomprensibile ed improvvisata di amore, ti ho svenduto il tutto a prezzo di fiocco. Non comunicheremo più in codice morse perché ora mi ti sei proiettato dentro, e mi mordicchi mansueto come un topino ballerino, anche se aggredisci. Ma almeno mi senti? Poi addenti come trappola per topi, ma ti senti? Così consumi tu tutto il fiele, senti che potrebbe uccidere piano? Questo voglio dire. Che io non ho deciso di morire né sul campo di battaglia né sull’aria più bella del nostro omaggio ad Alfredo e Violetta. Che io non concepisco un colpo eroico, bellissimo e quasi indolore se non in funzione di un’immortalità per chi adoro. Se entri, e per una volta, ti prendi una sedia, senti. Senti la calma che irradia? Senti la musica che massaggia mondi superiori? Qui non puoi sentire le classiche, stronzamente noiose pulsazioni, nono, niente porte del cuore che scricchiolano, niente cani allo stomaco che ringhiano. Solo un semplice spazio di anima, che se ci urli sopra si stringe si stringe si stringe…
come un cuore sovraccarico.

Niente difese. La mia piccola città non ha più torri e mura, così in preda a simpatie. L’invalicabile debolezza del conforto! Mi sono installata in te con un seme vittorioso, in questi pochi secondi. L’ostinazione traspirante del contatto raggiunge il massimo grado di sviluppo tra spermicidi e fantasticherie sepolte. Mi bramo poco e voglio poco. Ma voglio. Voglio sufficientemente per devastare due a caso, te e me. E per avere. Lavorare i pori della pelle che cresce nella gestazione a scatto del desiderio. Tu, che sei un occhio artificiale viziato da invasioni d’umanità denudata, giustificabili infedeltà, sturati l’otturatore, rompi questo diaframma e fammi stuprare. Fammi scavare come un sole. No, non c’è lubrificazione nella luce perforante. Ci si fa male fuori camera oscura. Poi, che si allunghi il tempo d’esposizione, il passo o la mano, non si può trattenere questo movimento sulla tua “pellicola-pelliccia-peluria” . Come chiameresti tu la tua “pellicola” avvezza a belle pose? “Conforto”? (“Nel tuo abbraccio forte, dormo un po’ ”). Così m’insegni che qualunque nome si dia a qualsiasi cosa è una scarpa troppo larga. Per l’ignoranza dei significanti, si va volentieri dai dizionari del “là” ai dialetti del “qui”. In questo preciso istante sto sfuggendo alle biblioteche di provincia. Tu potresti essermi madre, lo sai? Questo si che è un nome comodo! No, non ci crederemmo mai. Se ci credessimo, saremmo già precipitate nella ragnatela familiare delle mie carenze, perché io se perdo il filo, costruisco orfanotrofi giganteschi. Il cattivo gusto drammatico del martire improvvisato, conosci? Si, so che conosci. Agli uomini do una sistemazione, magari un comodo ripiano riscaldato a 250° con invidiabile gallina ripiena di attrezzini e giochini, quel che si vuole, quel che ci sta. Lenzuola profumate dei migliori vapori alcolici, gocce di cera bollente per marchiare lancette sul petto tic tac tic tac, dentro-e-FUORI!! Così fa la cultura a spegnere le fiamme. Così, dico. Nei libri si parla d’acqua, d’inconscio, d’umori colanti. Nei libri si parla di nessun dialogo, in sostanza. Interpreto io il mio sogno, Jung: il crepitìo del Fuoco è un monologo ideale per l’Inferno. Facciamo pure finta che il sottosuolo sia roba da altri mondi o un’invenzione troppo repellente -non come il blando compromesso del purgatorio! Fingiamo che tapparci il naso, l’orecchio e le labbra valga un dolce sonno a bocca chiusa, con le aureoline intorno, affinché il male non ci persuada ad uscire da noi stessi. Guarda Lei che il suo copione lo sa dalla nascita e le piace ancora giocare con scommesse d’onniscienza e pathos da scrittura sacra invertita! In confronto a Lei, potresti essermi madre, tu che non sei pura, eh no, non sei buona, non sei chiara, non sei materna. Ma Lei non ha grembo, Lei non ospita e a me rassicura il quotidiano guadagno di qualche monetina per il tuo ventre a parchimetro. Del suo fegato da distilleria cubana, si sa. Voleva fermentarmi nella sua bocca, lei. Ma io non ho gli anticorpi per nuotare in quella saliva. Non ora.
In questo momento qui non mi sento innamorata. In questo momento offendo la mia natura. Confesso che certe volte, messa così, quasi m’annoio. Poi, io non sono una che “scopa”. Normalmente no. Difficile trovare un sagittario che non sia innamorato, dicono. Che non sia immerso in una storia del tutto personale, qualche volta “autistica” (e perché non artistica), che non appoggi le unghiette dei piedini-per-aria su una di quelle illusioni che si autoperpetuano. Dicono che quando la signora sagittario non ha vicino l’uomo che ama, ama l’uomo che ha vicino, spazialmente dico. Che un sagittario è estremamente sincero quando dice che ti ama, e lo è anche quando la notte dopo lo dice ad un altro. Qualsiasi cosa crede al momento, è devastantemente vera. Che ingenui! Che intensi! Che carini! Ma sul serio, questi sono gli stronzi più puliti che conosca.
Chissà cosa si direbbero una signora ed un signore sagittario con un pò di "quotidiano" tra le palle...
Sagittario lei: Okay, Gerardo, vediamo se trovi la soluzione a questo indovinello. Un uomo è in macchina, con suo figlio. Accade un incidente ed il padre muore sul colpo. Il ragazzo è portato in ospedale, dove si capisce che è necessario un intervento d’urgenza per salvargli la vita. Lo preparano velocemente per l’intervento, ma il primario, arrivando in sala operatoria, guarda il paziente ed esclama: “Non posso operare questo ragazzo! E’ mio figlio!”
Sagittario lui: Ah, questa è facile! Il ragazzo era un bambino adottato, e l’uomo ucciso nell’incidente era il padre adottivo. Il chirurgo era il padre biologico. Giusto?
Sagittario lei: Sbagliato. Prova ancora, caro.
Sagittario lui: Aspetta, adesso ce l’ho! Il ragazzo è stato confuso con un altro della stessa età e altezza giunto in sala operatoria allo stesso momento…
Sagittario lei: Ma va! Ti conviene desistere, tanto non ci arriverai mai! Il chirurgo era la madre del ragazzo, maialone, maschilista, sciovinista ecc ecc! Non avresti mai pensato che le donne sono intelligenti abbastanza per essere chirurghi, vero? Tu pensi che tutte le donne siano delle povere asine. Voglio il divorzio!
Sagittario lui:Innanzitutto era un indovinello stupido, poi se tu mi avessi lasciato parlare ci sarei arrivato..
Sagittario lei: Cosa, mi credi logorroica, eh?! E’ veramente divertente che sia TU a dirmelo! Poi è impossibile convivere con te da quando hai cominciato a perdere i capelli!
Sagittario lui: Ah si? Beh, per te non è stato molto divertente convivere con te stessa da quando hai cominciato a diventare grassa l’anno scorso.
Sagittario lei: Basta! Hai 24 ore per impacchettare i tuoi vestiti ed andartene! E prenditi il tuo cane!
Sagittario lui: Cara, non penso tu abbia capito come stanno le cose. Tu sei quella che deve improsciuttare la propria roba ed andarsene. Sono io quello che paga l’affitto di questa tenda, e lascia la mancia ogni santa mattina al guardiano del campeggio, non tu. E TU puoi prenderti il TUO cane quando te ne vai.

Non ho mai avuto voglia di complicazioni, ma non mi sono mai ritirata. Mai. Ho sempre sbagliato a non abbassare la testa al momento degli adii. Avrei dovuto fissarmi le scarpe slacciate, senza rimediare, col disprezzo noncurante di chi si rassegna al suo (s)fottuto non-Essere, con la dignità paraocchi di chi non si rispetta fino in fondo solo per non urtare orgogli in giro. Andarmene pallida, quasi invisibile. Avrei dovuto non-essere dalla genesi, io. Una non-forma peggiore di quella ragazza senza ambizioni che ti ho presentato, che però fa della sua bellezza il giusto compenso al ventre troppo fertile del mondo. Ti garantisco che costei bada bene ai modi. Lei non ti porterebbe alla darsena di D’Annunzio a bere una birra in due a canna, mentre sommeliers ubriacano di assaggi e combattono il vento con le loro candeline romantiche finché-morte-non-ci-separi. Certe lucine al buio mi portano in cimitero, per qualche secondo. No, la sua bellezza è naturalissima, aeriforme, non lascia spazio e non può non essere cara. Le infileresti biglietti da 500 nelle mutande come un automa. La sua bellezza ti canterebbe di sirene, odalische e lap dancers. Alla luce di ciò, ho scritto anche per lei. Le ho detto che le Muse del duemila possono permettersi di essere frivole ed innocentemente convinte della felicità su questa terra. Lei, piccola, non riesce a farmi pena, perché è bella, e felice! Una beata strabica tra i limiti! E l’Arte, la nostra Arte, sospira per queste cose. Invece io ho urlato, rivendicato, sfogato, mantenendomi fottutissimamente pulita dentro. Ho trascritto insistentemente la mia orribile verbosità, vanificando i lamenti del resto del mondo. Ho sputato tutta la bile dritto sul malocchio della cattiva sorte. Ora che mi son fatta? Mi hai succhiata di nuovo tra i tuoi denti in questo sbadiglio. Cazzo.

All’improvviso si è troppo vicini, tanto inglobati da apparire un fagocita, una gola “Mary Poppins”, per chi intende. In questo momento il mondo è in grave pericolo di sembrare tutto nostro. Asfissia, ma di quella bella, una forza centripeta devastante, da bis fino all’Armageddon. Non si pagano affitti per appartenersi, e uno se ne starebbe bello comodo all’infinito, così. Per queste cose siamo come cani: un contatto di iridi non basta mai, è promessa mancata che istiga, tortura e di certo non appaga. Se da un lato ci si libera dal bisogno di un tocco mangiandoci, bevendoci, dormendoci, non ci si libera mai dal bisogno di un corpo padrone. Se mi accarezzi con queste mani apocalittiche mi fondi le ossa, e ciò che resiste all’implosione è una coda-pompon che si sbatte di qua e di là solo per te. Ecco la tua bestia fedelissima! Ridotta ad una delle lucertole che hai spezzettato da bambino con quel tuo coltellino svizzero, ricordi?! Come mi vedo femmina quando scodinzolo forte come quella lucertola dissezionata! Se mi custodisci nella tua provetta-lusso stanotte, quando sarà ora di chiudere gli occhi tra le mie gambe divaricate, ricambierò l’ospitalità. Non m’importa farti da mamma, da troia, da santa o da lucertola dissezionata. Voglio farti. Farti uno di quei regali generosi inestimabili ed inclassificabili. Voglio essere femmina, maschio e neutro all’eccesso. Se necessario mi farò cento di loro. Cento troie, cento femmine, cento dissezioni o qualsiasi altra cosa per farti l’uomo più arrapato del pianeta. E felice. Certe volte però ti fermi, mi guardi un po’ troppo a lungo dentro gli occhi matti ed il tuo sesso ti diventa quasi estraneo, e mi ricordi un prete di una grande cattedrale, uno di quei preti altialti dalla pelle biancabianca, e mi piace dimenticarmi anch’io che il mio scopo è saziarti e servirti. Allora mi confesso e piango meravigliata sull’altare del tuo petto di Raffaello, sbattendoci la testa per chiedere perdono per il peccato indefinito, commesso nel raptus della troppa bellezza. Quando mi tocchi i capelli in questo modo, sembri un’immagine sacra animata, un predicatore buonobuono uscito dal mondo delle idee per mediare redenzioni urgenti. Così ritorno vergine e riesco a scorgere i tuoi occhi bellissimi, al confine tra l’oceano pacifico e l’indiano, le tue sopracciglia nerissime, fittissime. Tutto il tuo corpo invade lo sguardo nero che divarica, scava e risucchia: sia benedetta la tua più crudele bontà!

E’ venuta da me in lacrime ieri. Anzi, nel sonno ho avvertito i suoi vocalizzi sordi in bagno, mentre si liberava piano degli strati di maschere carnevalesche per la notte della Lancome, come una mummia vanitosa. L’ho raggiunta pregando. Era ubriaca, come sempre a quest’ora. L’alcol e la matita per gli occhi rigano il suo viso come decenni. Mentre mi abbracciava ero rigida, furiosa perché conoscevo la violenza che mi stava facendo, e soprattutto perché sapevo che anche lei ne era al corrente. Mi dice che non ce la fa più, che vorrebbe prendermi per mano sapendo che sono ancora la sua bambina e che può portarmi sempre con sé, ovunque, che è ossessionata dall’immagine di me, quando da piccola aprivo il frigorifero per mangiarmi le olive e puntualmente mandavo giù il nocciolo quando la vedevo. Che il più grande errore della sua vita è stato non avermi portata via da qui finché era in tempo, finché eravamo amiche, e che ora, io appartengo solo a questo mondo in cui lei non rappresenta altro che una turista sfortunata , ad un mondo che certe volte s’inchina al mio passaggio mentre per lei, qui, non rimane che la schiavitù della perdita di sé stessa. La perdita degli anni migliori. La perdita della vicinanza, quella vera, non fisica. Colpa mia? E perché non prendo la sua mano?! Perché?!! “Ecco!! Ho rovinato tutto!!” “Tu DEVI essere più forte” “Non dovevo ascoltare tua zia che mi ha detto di parlarti!” “Perché non mi guardi negli occhi?!” “Perché non stringi la mia mano?!”. Se piango con lei, per lei, non è giusto perché dovrei essere FELICE della nostra vicinanza, quella finta, quella fisica. Nessuno che amo mi lacera l’anima alle 6 di mattina senza farmi piangere, lo vuoi capire? Io sono un essere pensante e piangente. Come tutti. Come alcuni uso entrambe le risorse. Non devi spaventarti. Ti amo infinitamente, ma l’Amore mi tormenta e tu lo sai.

La parola di Dio. Guarda gli altri. "E’ stato bello il confronto?" Ma se non mi hai neanche fatto parlare! Dai, su, apri a caso la bibbia, Ezechiele 13: contro i falsi profeti. Neanche così si espande l’angolo di 10° della tua testa. E se ti regalo un compasso che prima impari a tracciare? Chissà. Sempre come i bambini ti devo trattare! Per l’ultima volta ti esorto a maturare una conversione alla giustizia inesorabile, le migliori condizioni di contratto, promesso. Prego solo integrare la documentazione. Foto in costume, Q.I., elettroencefalogramma, data di nascita della nonna per il codice segreto e queste cose indispensabili. Tutto a responsabilità limitata, quella tipica dei fanatici. Don’t worry, srl.ecc ecc! Mica voglio trovarti domani ancora al telefono con me, ad esempio. Però rispondimi adesso, porca miseria!! Certo che no, non ti vorrò tra i piedi dopo un po’! Tu sai essere stronzo come nessuno –forse lo noto perché ti adoro. Ti prometto di atteggiarmi sempre da aristocratica inerte, Articolo 5, accettazione delle condizioni: ti va bene così? Traduzione simultanea spiccia nella tua lingua lì: ça va? Sbrigativa traslazione di tutte le cazzate che ti passano per il cervello: “NI”. Perché un “ni”, per chi mi hai presa?! Adesso non resisto più, ti insulto! Ora ti scuoto coi tuoi modi, perché non ti rendi conto della forza di ciò che sto cercando di dirti! E tu, cretino, mi pianti un risucchio nell’orecchio sinistro mentre mi accarezzi il ventre, e scendendo mi sussurri: domani ti porto a vedere il Cristo Redentore, ho già preso i biglietti, non potremo fare a meno di stare zitti almeno per tutta la giornata. Quel silenzio di Bossa nova, samba e sambuca già mi divora. Come riesci a rendere meravigliosi i tuoi peccati, non so!

Cosa può tormentarmi se qui, appena mi volto vedo un castello bellissimo? Un sorriso duecentesco immortalato proprio nella sua età migliore. Cosa può mai tormentarmi nella Bella Europa, se lì dove son nata non si vedevano che vicoli bui, carie dentaria e la vitaccia, quella vera? Cosa può mai tormentare l’Europa?! Quelle cose volanti lì! Quelle cose volanti lì dovrebbero pagarmi per sedersi sul mio davanzale! Eppure quelle cose lì sono libere, chi mai avrebbe il coraggio di strappare loro un’imposizione?! Io che mi pago, mi vendo ed infine, mi annullo, non sono affatto adatta a stringere patti di alcun genere con queste creature. Queste sono vive che offendono! Sono così vive che cercando di parlarci, per dire “hey, giù dal mio davanzale o mi dovrete pagare un dazio!”, mi viene in mente che non sono libera come la musica che ascolto, come questo Hammond libero di essere ridicolo, o l’idea degli anni ‘60. Io nella musica sono la linea fissa su cui si posa a caso una delle dodici note. Nella vita sono il primo passo di un bambino, quello in cui si cade, perché non si è ancora liberi di saper camminare. Tutto andrà bene domani. Solo che oggi non passa più da un secolo, e oggi ho gli occhi anestetizzati, un torpore diffuso, spaventoso. Davanti ad un paesaggio mozzafiato vorrei solo abbassare le palpebre, dormirlo senza sogni. Il paesaggio tanto si ferma per un po’, alla faccia della luce e delle ombre. Poi di sicuro questo momento se lo godrà qualcun altro. Chi mi dice che tutto questo mondo è stato fatto per me?! Chi dice che ciò che non vedo io è sprecato. Giusto?! E poi, ho i colori drogati dal sonno. Al di là della puzza di candeggina di quattro pareti che sento mie, al di là del monocromatismo della malattia casalinga, ci può essere un’appartenenza, un possesso? Forse no. Accendo la macchina e parto, lascio indietro tutta questa bellezza inutile, questo pensare inutile, vado a dormire sul materasso farcito con piume d’oca spelata, che se rifletto mi fanno inorridire ma sono comode, utili, e basta riflettere! Il mondo e le fantasie che ispira lo lascio alla psiche di un Atlante meno volubile, che secondo me i selezionatori erano sballati, ed il mio curriculum l’hanno scambiato con quello di un culturista. Io non ho forza sulle spalle e rischio di scassarmi il cranio se mi dirigo al primo laundry service così, portando il mondo sul bacino. Io torno a casa! Sbatto con forza la porta, così vi frego tutti, così so, così sono la prima a sapere che suono ha la morte.

Non voglio essere ripetitiva, ma tu mi scopi il cervello così divinamente che non devi fare neanche un passo per prenderti tutto il resto. Per cui, aprimi come quei bambini che estraggono le palline del lotto, senza pensare, ora si gioca coi numeri infiniti di un corpo. Di' pure alle signore che questa giocata non si può controllare. L’allenamento qui non c’entra, cosa può essere più semplice di un corpo per un corpo, di una pallina per un bimbo bendato? Ti voglio nudo, vergine, orbo, non so, pulito da tutto. Il mio corpo vuole abusare del tuo braille, sentire la tua balbuzie nei polpastrelli. Allora leggimi lentamente dappertutto, fingendoti cieco per la prima volta. Così…mmm… Lo so, lo so che in verità vorresti raccogliermi i capelli per assaggiarmi meglio il viso e che mi vorresti così geisha da scendere in te come una scimmia che si arrampica esperta sul bambù. Hai considerato che se fossi una scimmia in oriente, o meglio, in questo caso una geisha-scimmia, mi farebbero un servizietto completo quelli là? Ho saputo che la ragione della statura di quelli uomini è la loro alimentazione. Cavallette e cervelli. Di scimmia! Ma una geisha non ha il cervello, vero?! E perché, una scimmia si?! Che cos’ha in più una scimmia di una geisha?! Ah, dimenticavo, il cervello. Cos’ha in più una geisha di una scimmia invece? Te lo dico io: una geisha è tutta fica! E’ tutto un terreno in cui conficcare –che abbiano creato apposta il verbo?- piantare a volontà, per poi irrigare irrigare irrigare senza tregua fino a far morire i maledetti semi. Una geisha è un vero campo di concentramento, di semi. E chi se ne frega, no?! Stop. Amore, scusami, cazzo il mio cervello è partito come sempre! Sto cervello da scimpanzé schizoide! Dove eravamo? Ah, vero, eravamo alla poesia, credo. Ti dicevo della poesia di essere bimbi e di prendersi per mano. Buonanotte amore.

Disagi, disagi continui, perché non si può parlare davvero da nessuna parte, perché si è sempre inseguiti da qualche ossessione o empatia macellaia. Ti ho immaginato mentre rompi quella dannata palla di cristallo sulla mia testa e mi sfondi il cranio con la tua veggenza matta. Io certe cose le prevedo alla tv. Sinceramente credo che lo faresti, con estrema premura, chiedendomi il punto migliore per colpire, il punto migliore per sfondare, così per spiare a fondo, come i dottori. E poi? E poi si ricostruisce. Ma non vedi che sono stanca? Che vorrei solo calmarmi per un momento e sentirmi veramente. Qui. Resta qui. Mi fa soffrire guardarti così. Assente perché ti senti un perdente. Assente nell’analisi del profondo male di domani, di che costume porterà il tuo prossimo giustiziere. Nudità, io penso, perché qua non siamo a carnevale –quasi mai purtroppo- e ci si confonde sempre così. Ho la sensazione che tu strumentalizzi questa cosa del tuo boia fai da te. Non potresti semplicemente farmi vedere che balli un pò? Con lui, con me, non so. Mi vien voglia di urlarti la vita in faccia come si usa fare in quelle giornate in cui uno si sente un po’ cretino e si butta dal “Flatiron”, per esempio. Vorrei fotografarti tutta la scena: il sole che segna il tempo sul vetro, il corpo che non si tollera, il corpo-patata che si lancia buffo, la mente agrume che a metà percorso desidera tornare per ri-decidersi in un gesto meno impersonale. Almeno qui un nome, un personaggio che sia. Nessuno mai lo saprà. Allora ti urlo io la vita se vuoi che parli la tua lingua! Proprio questo pomeriggio, quando tu mi davi per dispersa, ho acquistato nel mercatino dell’usato un dizionarietto giallo molto vecchio, che viene da quel tuo paese lì. Ho capito che da voi la fonetica è molto dura e che davvero certe parole sono quasi impronunciabili. Ancora una volta ti ho compreso. Sono d’accordo, meglio non farsi arrotolare questa lingua che serve anche per altro! Ma tu mi stai rendendo distruttiva nelle mie parole. Perché la mia lingua invece si muove sempre bene dentro la sua lingua madre. Io empatizzo, te l’ho detto, terribilmente. Assorbo in continuazione, impregnandomi di persone come un usa e getta sfacciato, una carta igienica sbronza.
Voglio dirti, ora voglio dirti perché ci meritiamo un chiarimento, una firma su una pagina da archiviare. Non si tratta più di colpe. So che tu mi hai amata alla follia, non l’ho mai messo in dubbio, così come sono autenticamente felice di aver vissuto con te la lunga vita di cento amori.
Da qualche giorno mi sento di una lucidità bancaria, terrena. Sono in grado di fare tutti i conti che vuoi. Ora si che posso parlare delle ombre! In particolare di quell’ombra che mi sodomizzava il buco nero delle notti. Io so che c’era pure Lei sotto le lenzuola. E so che la sua carne sanguinerà ancora sotto le tue. Non mi meraviglio più se penso che quella donna mi possedeva più di te quando riuscivi a sentirti completamente mio. L’ho avuta dentro a lungo, come un’incrostazione, un verme. Una pesantezza nell’intestino da sturare col colera, piuttosto.
All’inizio tu sentivi il canto straziante del mio conflitto, avvertivi l’aridità del mio diaframma e soffiavi, perché i nostri cervelli erano ancora collegati limpidamente, senza fumi, senza tante storie. Soffiavi e mi piacevi. Ma poi io so che hai smesso di percepirmi. Ed io ho smesso di distrarre il mio dolore con tante note, ho provocato un urto mortale tra le due corde arse, affinché esplodessero sul tuo corpo assente. Da quel momento niente fiori, due bare. E questa fottuta pagina da archiviare.
La gente è scettica, cazzo. Ti mette fuori gioco senza alcun confronto o affronto che sia. La loro viltà t’infilza un ago di 10cm sulla lingua, e basta. E’ vero, io possiedo ancora qualcosa di troppo pulito, troppo sottile per occupare qualche posto su questa Terra. La mia fortuna è che una composizione, se eseguita, non occupa un cazzo di spazio! Altrimenti rimane sempre quel foglio, quel temuto pentagramma che il mondo non esiterebbe a cancellare, perché allora si che occupa spazio, perché la carta si ricicla, perché la musica fa cagare e l’inchiostro costa. Ma chi siete voi?! Ma sapete quanto costa una mente?! L’asilo, le elementari, le medie ed il liceo ok, ma poi: una buona università a Cambridge, corsi di aggiornamento continui a Miami e Milano, un master in Somalia perché avere il mal d’Africa dopo va di moda, e per completare una bella nuotata a Bora bora perché la mente affaticata in Europa si rinfresca, e si rinfresca altrove. Assolutamente. Poi ti inculcano da piccolo quella misera idea di STABILE infelicità, quello status che “fortunatamente” raggiungerai quando avrai il tuo nome che penzola sbilenco sulla porta di un bell’ufficio. E ti rinfranca la scelta di un bel divano rosso su cui far sedere i bei culi brufolosi di quei clienti che spesso per ovvie ragioni hanno più soldi, più barche, più mogli, più pancia e più aperitivi alle spalle di te. E più culo. Quanto odio Milano con questa storia degli aperitivi! E noi poveri musicisti come sopravviviamo a tutto ciò? Ma sapete quanto costa una Mente delle nostre?! Che spreco di risorse in un mondo ferrovecchio! Una vera fregatura. Se ragioni, mediti, approfondisci passi per un nullafacente. Se produci una bestia di un’Opera artistica meravigliosa passi ancora per un nullafacente, perché non fai altro che occupare spazio, scoraggiare il riciclaggio della carta, perché l’arte fa cagare e l’inchiostro oggi costa ancora di più di un mese fa. Tutto si conclude in un benemerito bilancio di perdite. E tu sei la prima perdita:
- Poverino Doremino, deve andare avanti a psicofarmaci. Ma non vedi come ride da solo?
- Si, poverello, ieri infatti ho parlato con Beneficiata, la madre, era disperata!
- Pensa, Belzebina, che sventura avere un figlio che non sa fare altro che musica e ridere!
- Si, Beneplacita, è una tragedia! Ma sai quanto ci perde lo stato dietro questi musicisti che puntualmente impazziscono?
Non riesco a fuggire, a spaventarmi, ma non riesco nemmeno a continuare a sprecare inchiostro-spazio-riciclaggio qui. Non qui. Ti leggo le pupille dilatate su queste righe, fino a scolorirle, a sventrarle. Ad amarle. E non mi basta. Immagino. Penso alla Passione che è roba per pochi. Lo svenimento continuo mi depista esattamente come il sonno. Ma mi ricarica. Nella perdita dei sensi tocco il tuo vertice, il tuo Delta, e tu nemmeno lo sai. Sto percependo in te la mia stessa infanzia, ma non voglio offenderti. Perdonami sempre.

Ora chi s’appioppa la mia complessità “bellissima” ma sconveniente? Io non credo più a quell’elenco sterminato di utilità del cervello, della conoscenza. Vorrei solo essere una formica, qualche volta. Lavorare senza sosta, senza intelletto. Ma la gente come me non è abituata a dimenticare, dimenticarsi, mai. La cosa che so fare meglio è scrivere senza sosta per quel meraviglioso stronzo che non conosco ancora. Per quel meraviglioso codardo che m’ignora dicendo che sono bella, dicendosi che potrebbe amarmi. Ogni tanto simulo operosità, provo a caricarmi una foglia sulle spalle, ma la mia pigrizia fisica per questa questione delle foglie e di essere una formica è un proverbio per la Cina, e presto la fogli-a sulle spalle diventa un fogli-o in mano, su cui appoggio un genio troppo affumicato. Qui mi scrivo qui mi brucio. Ed è sempre peggio. Poi respiro le mie ceneri infastidita. Meglio smetterla di giocare col fuoco delle parole e tacere per una volta. Ridurmi ad una cancellatura, un secchio d’acqua fredda.
E’ autunno: mai come oggi avevo inteso gli echi agghiaccianti dell’urlo di una foglia Strozzata, poi caduta ad S.

Tu sei il mio filmino porno per la mente, solo per quella.
Il resto non risponde più, amore, sei troppo sottile,
troppo penetrante per la superficie di un corpo.
Non voglio offenderti la carne, solo che per il mio laboratorio di psiche caschi a pennello.
Ho visto quelle ragazze come ti fissavano ieri. Come fa una
a non pensare
al sesso quando ti guarda?
Spruzzi quel calore da ogni pelo. Lo so.
Anch’io ti guardai così, ricordi? Ma solo per la prima notte, quella dell’involucro.
Poi ti ho scartato, scoperto, "scopato il cervello", e ho smesso di ragionare col mio, credo.
In trappola!
Ho suicidato le parti spinose della mia signorilità da pollo in delirio:
ti ho fornito un collo ricco e non per un collier. Te l’ho messo in mano, umilmente,
affinché il tuo trinciapolli decidesse come violentarlo.

Due occhi che trovano rifugio nell’immagine non si vedono più, gradualmente assorbono il fuoco degli apocalissi spacciati dalla notte. Ma se anche tu fai così, t’incendio io, perché sei come una casa che è tutta mia, mia e di nessun’altro, mai. Ed io posso farvi ciò che voglio. Le mie braccia non ti offrono che crudeltà e attrito e spasmi e ricerca di altra nudità: ti sbuccio, so che ti ferisco ad ogni strato, ma quando ti sento urlare divento più carnefice, più me stessa. Non ti voglio sul mio corpo, spostati, voglio guardarti dall’alto ed assaporare la sacrilega realtà del male che ti faccio. Perdona. Voglio cominciare a leccarti proprio lì dove ti hanno squarciato, ammazzato, e affondarci un dito, due dita, consumare il sangue coagulato delle tue ferite aperte in passato e scavarti fino ad aprirti un ruscello rosso, di pazzia, di estasi, e di un dolore purissimo, solo nostro. Ti voglio. Ascolta. Ti voglio rimpicciolire fino a farti stare nella mia mano destra. Lì voglio modellarti, tagliarti e consumarti come la droga più fatale. Ti stenderò su uno specchio e sarà il mio naso a compiere l’opera finale. Il tuo odore sarà l’ultima allucinazione. E quando non rimarrà più naso, non rimarrà più niente, tranne la mia bocca spumante e la tua polvere di anima, userò la lingua piano, per giorni interi, per essere sicura che per sempre: